La zia di Lampedusa... il romanzo che vi farà sentire in vacanza 365 giorni l'anno...

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Buon viaggio
Presentazione del romanzo ai ragazzi dell'ISTITUTO SACRO CUORE di Siracusa
INTERVISTA del Prof. ANDREA SANFILIPPO
all’autrice presso il salone dell'Istituto Sacro Cuore di Siracusa in occasione della Presentazione del romanzo organizzata dalla Preside dell'ISTITUTO, Suor Ester
:

cinque risposte per sapere tutto del romanzo di
Elvira Siringo LA ZIA DI LAMPEDUSA Morrone editore –

1.Perché hai scelto di chiamare i capitoli con i titoli delle canzoni di Claudio Baglioni?
La scelta dei testi delle canzoni di Claudio Baglioni non è casuale e non è neanche dettata da una semplice preferenza personale per questo tipo di musica. L’ambientazione lampedusana implica la necessità di tenere conto di due elementi imprescindibili e inseparabili fra loro: la presenza degli sbarchi clandestini e la manifestazione canora O’Scià.
Da sette anni a questa parte Claudio Baglioni organizza una manifestazione chiamata O’Scià, un festival della canzone, una serie di quattro concerti gratuiti che si svolgono, alla fine di settembre, per quattro sere di fila, sulla spiaggia della Guitgia di Lampedusa, ai quali intervengono molti cantanti, comici, attori, presentatori. Questo anno si sono esibiti, oltre a Baglioni, Maria Grazia Cucinotta, Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Enrico Montesano, Emanuela Foliero, Antoin Michel, Giorgio Panariello, Laura Bono, Enrico Brignano, Edoardo Vianello, Alice, Fiorella Mannoia, Angelo Branduardi, Annalisa Minetti, la P.F.M. Daniele Silvestri, Alessandra Amoroso, Marco Carta, Marco Ferradini, Ficarra e Picone, Gianna Nannini, Paola Saluzzi.
Lo scopo di questa manifestazione è di sensibilizzare le coscienze al tema dell’integrazione multietnica, e tutti coloro che partecipano diventano “lampedusani” adottivi. (Baglioni ha ricevuto la cittadinanza onoraria per questo ed ha dichiarato: “Posso dire con orgoglio: sono lampedusano con orgoglio, perché nell’ora più difficile, mentre una, cento, mille voci gridano ‘aiuto!’ e molti si girano dall’altra parte, la gente di Lampedusa si unisce, apre le braccia, la porta e il cuore una, cento, mille volte...”)
Il nome O’Scià sta a indicare un saluto, letteralmente significa mio sciato, cioè fiato mio, ed è il saluto più affettuoso che il Lampedusano possa rivolgere a chi arriva, così chi canta su quella spiaggia, rivolto verso il mare che guarda l’Africa, si associa a quel saluto, come se volesse dire “fiato mio”, cioè tesoro mio, gioia mia, amore mio, a chiunque arrivi, senza guardare al colore della pelle, al credo religioso, alla lingua, alla nazionalità. Questo è lo spirito lampedusano, lo spirito dell’accoglienza, chiunque è benvenuto su quella spiaggia immensa (c’erano più di ventimila presenze, ma c’è stato posto per tutti, la musica è andata avanto dalle tre del pomeriggio alle otto di sera per le prove, poi dalle nove alle due di notte per i concerti veri e propri, senza disordini, senza calca, nella distensione più assoluta, con i bambini che giocavano a rincorrersi sulla riva e i ragazzi che ballavano a gruppi o facevano i cori).
Naturalmente non voglio svelarvi la trama, ma è ovvio che, ad un certo punto del romanzo, in qualche modo, entrano in azione dei “migranti” inattesi, imprevisti e in ... incognito. Essi svolgono un ruolo abbastanza importante per la risoluzione della storia. Il finale si ispira proprio al verso di una canzone non molto nota che Baglioni lanciò proprio a Lampedusa qualche anno fa, e recita: “Fa che il prossimo tu sia non soltanto chi ti è accanto ma anche il prossimo che verrà qui...” La canzone si chiama Per Incanto e per amore, così ho preso a prestito il titolo e l’ho applicato al 19° capitolo del mio romanzo. Poi, rileggendo la storia, ho scoperto che anche gli altri capitoli potevano trovare una qualche rispondenza con altre canzoni e da qui è nata l’idea di prendere a prestito un titolo per ogni capitolo. Fanno eccezione il primo e l’ultimo. Il primo capitolo è legato ad una canzone inedita, scritta trenta anni fa da un mio caro amico nel periodo in cui frequentavamo con tanti altri giovani, la Comunità parrocchiale di Bosco Minniti, a Siracusa, con la guida spirituale di Mons. Sebastiano Gozzo. La canzone si chiama Un’isola sola in mezzo al mare, e si riferisce metaforicamente all’isola di accoglienza che noi offrivamo in quella parrocchia, allora come oggi zona di frontiera, per coloro che ne avevano bisogno: disoccupati, bambini, vecchi, ragazze madri e anche ex detenuti.
L’ultimo capitolo, invece, è aggiunto alla storia: la vicenda gialla si risolve al 19° capitolo, ho voluto aggiungere il 20° perché contenesse un chiaro messaggio di speranza e di pace nel prospettare gli eventi futuri: la speranza che anche una piccola squadra possa diventare il motore di una rinascita... che Lampione, Lampedusa, la Sicilia, il Mediterraneo intero, possano diventare punto di riferimento e punto di incontro fra ebrei, cristiani e musulmani. Sogni! Chissà?
Allora, per coniugare un tempo futuro, occorreva servirsi di una canzone immortale, per questo ho scelto Meraviglioso, di Domenico Modugno che oltre ad essere stato un altro grande innamorato di Lampedusa ( dove possedeva una villa nella quale è morto nel 1994 ) è forse il più grande cantante italiano di tutti i tempi. Meraviglioso è un inno alla gioia di vivere e, (oggi più che mai, fra mille amarezze e polemiche) un’esortazione ad amare ed esaltare ciò che ci circonda: il cielo, il sole, il mare, la terra della nostra meravigliosa Sicilia.

2. Benigni sostiene che oggi ci siano più scrittori che lettori, allora perché scrivere, che ruolo attribuire oggi a questa attività?
Questo modo di dire in realtà è molto vecchio, prima di Benigni lo aveva già detto altri. Sta a sottolineare il fatto che forse si legge poco e si scrive un po’ troppo, senza tenere conto di cosa alla gente interessi veramente leggere. Di questo fenomeno approfitta l’industria libraria minore, quella fatta di piccoli editori che non avendo capacità di diffondere e vendere ciò che pubblicano hanno scoperto un nuovo modo di guadagnare facendosi pagare le spese di pubblicazione da chi scrive!
Ora, io penso che l’attività di scrivere possa essere anche disgiunta dalla necessità di essere letti a tutti costi! Non sembri paradossale, la scrittura nasce storicamente, principalmente come forma di comunicazione. Ma a questa funzione se ne associano presto delle altre: scrivere serve a ricordarsi di qualcosa, è un promemoria, oppure serve a riordinare le proprie idee, come fanno i nostri ragazzi quando si aiutano sintetizzando per iscritto gli argomenti da studiare. Dal 1900 in poi, dall’avvento della psicoanalisi in poi, scrivere è anche una terapia per l’anima, e già prima, nell’ottocento erano nate le formule del Diario, più o meno segreto, al quale confidare i propri stati d’animo e nel quale custodire i propri segreti. Da ragazza anche io ho provato a tenere un diario, ma devo dire che non ci sono mai riuscita perché nei periodi intensi, in cui avrei avuto veramente qualcosa da scrivere non mi restava il tempo per farlo, quando invece la mia vita attraversava periodi più vuoti e monotoni avrei avuto il tempo ma non avevo un gran che da confidare.
Eppure scrivere mi è sempre piaciuto. Posso dire di aver cominciato all’età di cinque anni e da allora non ho più smesso. Al principio naturalmente scrivevo i “pensierini” ma ben presto mi sono accorta del potere che esercitavo sui soggetti della mia fantasia, così da piccolissima ho cominciato ad inventare fiabe, tratte dalle fiabe vere ma con finali del tutto diversi. Ero agevolata dal fatto che a quell’epoca, anche se può sembrare incredibile, io non avevo la televisione, (l’avevano già inventata ma non tutti potevano permettersela) e anche quando arrivò in casa mia, c’era un canale solo, in bianco e nero, e tutto quello che apprezzavo consisteva nel famoso “Carosello” dopo il quale si andava prontamente a nanna! Per me è stato così almeno fino a quando non sono arrivata all’età del liceo.
Dopo le fiabe ho iniziato a scrivere dei “giornalini”, ci riunivamo con gli altri ragazzini vicini di casa, soprattutto in estate, e ognuno faceva qualcosa, molti preferivano disegnare, io preferivo scrivere storie.
Durante l’età del liceo ho continuato col giornalino degli studenti e contemporaneamente col Giornale di Bosco Minniti, giornalino parrocchiale. Negli anni dell’università ho collaborato con diversi quotidiani, col Diario e anche con il cattolico Avvenire.
Accanto a questa attività giornalistica, che serviva a comunicare qualcosa agli altri, ho sempre continuato a scrivere storie, non per gli altri, ma per me stessa. Per un solo e unico motivo: scrivere è un modo di “distrarsi” estraniarsi dai problemi quotidiani. Qualche volta per me è stato anche il rifugio per scappare da una realtà troppo brutta, (purtroppo ho avuto diversi periodi neri, ma in fondo chi non ne ha?). Scrivere è anche un modo di riempire le ore vuote di attesa, in fila, al supermercato, al semaforo, dal medico e così via, perché quando si è impegnati a scrivere una storia occorre, oltre al tempo della stesura materiale del racconto, anche il tempo per pensare a cosa scrivere, e questo è un impegno bellissimo che riempie tutti gli angoli noiosi della giornata. Non solo, è possibile continuare a pensare a cosa fanno i propri personaggi anche durante le normali occupazioni domestiche: stirando, lavando i piatti o pelando le patate. Così il tempo passa davvero in fretta! Certo, spesso mi sono ritrovata ad avere una gran mole di materiale da trasporre su carta e poco tempo, ma poi è capitata sempre la mezza giornata giusta per farlo!
E’ chiaro che non ho mai scritto con la pretesa che qualcuno dovesse disturbarsi a leggermi! Se volevo diventare una scrittrice ricca e famosa non avrei mai scelto di avere una famiglia numerosa, ne’ di fare l’insegnante. La scrittura è stata sempre il mio passatempo e basta!
Poi, al giro di boa dei cinquant’anni è scattata una molla! Ho immaginato come sarebbero finiti male i miei personaggi se io non ci fossi stata più, così per evitare il rischio che potessero un giorno diventare delle “opere postume” (che mi fanno una gran tristezza!) ho deciso di cominciare a ... liberarli, per mandarli a vivere nel mondo! Questa è la prima storia che ho ripreso, attualizzato e completato. Ho voluto fare un tentativo e devo dire che non posso lamentarmi, il romanzo con mia grande incredulità è nato e c’è perfino gente che lo legge e mi fa i complimenti! Naturalmente sono disposta ad accettare qualsiasi tipo di commento, ma devo dire che finora non sono arrivate critiche. Ho inserito il mio indirizzo email nel collophon. Inoltre La zia adesso ha pure un sito: www.laziadilampedusa.it una pagina su Facebook e qualcuno ha creato anche un fan-site. Dunque se lo volete potete contattarmi, prometto di rispondere a tutti.

3. Nel romanzo si affronta il tema scottante dell’immigrazione clandestina: si spera che laddove non arrivi la politica possa giungere la letteratura?
3)Devo confessare una cosa, quando ho cominciato a scrivere questa storia non sapevo che sarebbero sbarcati gli immigrati clandestini, ne’ a Lampedusa, ne’ nel mio romanzo. I protagonisti erano tutti siciliani, e la storia si concludeva in un modo che non mi piaceva molto!
Voi direte:- ma come è possibile? Se l’hai scritta tu doveva piacerti!
E invece no! Io l’ho solo scritta, in realtà mi sono limitata a trascrivere ciò che via, via, facevano i personaggi nella mia immaginazione. Ecco, anche se l’immaginazione è la mia, mi capita sempre una cosa un po’ strana, è una cosa un po’ pirandelliana questa: i personaggi ad un certo punto si impadroniscono della storia e cominciano ad agire per i fatti loro, e non sono più io a governarli, io posso solo assistere, e trascrivo! Così la vicenda si concludeva in un modo poco brillante, e l’avevo abbandonata per questo nel fondo di un cassetto, in compagnia di tante altre. Quando sono sbarcati gli immigrati è arrivato anche Baglioni, si è prospettata una conclusione alternativa che è diventata quella definitiva, che è andata in stampa.
D’altra parte avevo scelto lo scenario delle Pelagie solo perché mi serviva uno scenario ridotto, un luogo piccolo che potesse contenere un numero limitato di possibili colpevoli e di possibili vittime, ma con gli eventi successivi non era più credibile parlare di queste isole d’alto mare ignorando il fenomeno dell’immigrazione clandestina e senza tenere conto della storia attuale.
Comunque, nel romanzo io non faccio politica, nemmeno ci provo! Metto solo in risalto la grande disponibilità del lampedusano, che poi è anche un siciliano, all’accoglienza e alla solidarietà.
Lampedusa, come terra di emergenza, è sinonimo di Portopalo di Capopassero. Noi Siciliani siamo da sempre un popolo che accoglie chi arriva: siamo i figli di un complicato miscuglio di etnie. Diciamo che mi limito ad invitare chi legge ad una riflessione su questo tema perché ritengo che sia un’emergenza abbastanza seria che stiamo sottovalutando un po’ troppo. Io insegno storia e chi studia storia sa bene che i conflitti civili nei paesi africani sono una piaga che si sta allargando a macchia d’olio, della quale non si parla quasi per niente. Della quale noi vediamo solo un pallido riflesso, che spesso affrontiamo con indifferenza o addirittura fastidio: l’arrivo dei clandestini. Non ci chiediamo da dove vengono, da cosa scappano, ne’ perché sono così disperati da sfidare la morte.
A Lampedusa è stato eretto un monumento che si chiama la Porta dei Migranti, è una grande porta di terracotta posta su una scogliera che si affaccia sul mar d’Africa, chi passa dalla porta è invitato a passare in silenzio, rivolgendo un pensiero o una preghiera per coloro che non sono riusciti ad arrivare!
E’ un’emergenza con la quale saremo presto chiamati, comunque, a fare i conti. Siamo cresciuti pensando che i problemi del mondo fossero legati alla divisione est-ovest: la guerra fredda, lo spionaggio, e così via... In realtà il problema oggi è il sud, povero, del mondo che sale come una valanga al rovescio, verso il nord, ricco e sprecone.
Non tocca a me suggerire soluzioni politiche, fra l’altro non ne sono capace, dovrei avere la bacchetta magica per questo. Penso che nessuno sappia in questo momento quale può essere la soluzione giusta. Io posso solo esortare chi legge ad aprire gli occhi, e non credere che debbano essere sempre solo gli altri a fare qualcosa.
Ognuno di noi, forse, può fare qualcosa. La conclusione del romanzo, ad esempio, suggerisce un’ipotesi... (che naturalmente non vi posso svelare!)
Per cominciare possiamo cambiare atteggiamento, informarci, interessarci, possiamo pensare tutti ad una soluzione, per lo meno perché ci si incammini verso un percorso di pacifico dialogo fra le tre grandi confessioni monoteistiche che, proprio nel cuore del Mediterraneo, intersecano i loro percorsi. La visita alla Sinagoga, di Papa Benedetto XVI, è un segno veramente rivoluzionario in questo senso di apertura al dialogo. Ebbene! Che sia di esempio a tutti noi, affinché possiamo predisporre il nostro animo allo spirito di accoglienza dell’altro.

4.Perché la scelta del giallo? È solo un pretesto per parlare di altro o è una passione?
Scrivere un giallo richiede il rispetto di un meccanismo particolare di stesura. Cioè, mi spiego meglio: il giallo non va scritto così come si legge. E’ come un gioco ad incastro, una specie di puzzle, o meglio ancora un mosaico: prima bisogna, infatti, preparare le tessere occorrenti. Quando si hanno tutti i pezzi si può procedere ad ordinarli ed incastrarli, secondo il quadro che si vuole ottenere, con le opportune zone d’ombra e di luce.
E’ un’attività molto più impegnativa della semplice scrittura lineare di un racconto, per questo mi affascina molto. Quasi tutte le mie “storie nel cassetto” seguono la struttura del giallo. Il giallo mi ha sempre appassionato, anche come forma di lettura, io ho letto sempre moltissimo, consumo almeno un libro a settimana, (poi amo spesso rileggere i grandi classici, fra tutti Il Gattopardo, ma anche le commedie di Goldoni, il teatro di Eduardo). Da ragazza ho letto praticamente tutti i romanzi di Agatha Christie con i quali ingaggiavo una vera e propria sfida nel tentare di scoprire il colpevole prima di arrivare alla soluzione dell’autrice. Lì è nata la mia passione nel formulare possibili finali alternativi.
Le regole del giallo classico prevedono che non si faccia molto sfoggio di cadaveri sventrati, ma piuttosto che il lettore metta in moto il meccanismo della deduzione logica, per questo occorre che l’autore non bari: il lettore deve possedere tutti i tasselli per poter risolvere l’enigma, tuttavia questi tasselli devono essere offerti in modo nascosto, non troppo evidente, cosicché solo alla fine il lettore capisca che, in fondo, avrebbe avuto tutti gli strumenti per arrivare alla soluzione del caso, se solo fosse stato un po’ meno distratto. Allora il giallo è tanto più efficace quanto più si accompagna ad una storia che scorre parallela e funge da distrattore, nel mio caso si intreccia una storia d’amore che, però, può risultare deludente per quanti si aspettino, anche qui descrizioni esplicite: sia nel giallo che nel rosa, a mio avviso occorre lasciare una parte di immaginazione anche a chi legge: non è necessario raccontare tutto! Bisogna riuscire ad evocare le atmosfere, senza indugiare troppo prosaicamente sui particolari. Anzi, ritengo che oggi i romanzi sottovalutino molto la parte creativa di chi legge lasciando poco spazio alla fantasia.
Suscita interesse un giallo che, senza indugiare al (cattivo) gusto del macabro e del truculento non sia farcito di schizzi di sangue e di brandelli di carne umana? Sulle tracce di quei modelli che tanto successo ebbero quasi mezzo secolo fa, è possibile riscrivere oggi il “giallo classico perbene” (per intenderci quello in cui i cadaveri sono tanto cortesi, a volte, da non macchiare nemmeno il tappeto della biblioteca) ?
Mi divertiva l’idea di poter ricreare il giallo all’antica della tradizione inglese trasponendolo in ambiente siciliano: dalle quiete ville di campagna britanniche alla più piccola e sperduta isola del Mediterraneo.
Inoltre volevo evitare di cadere nei soliti luoghi comuni, cioè che i morti ammazzati in Sicilia siano vittime o della mafia o dell’onore! Mi sono detta: ci saranno pure in Sicilia delle storie “normali” simili a quelle che capitano in tutte le altre zone del mondo? Così è nata La zia di Lampedusa: romanzo di emozioni e sentimenti che col pretesto del giallo racconta delle vicende umane: le storie degli abitanti, dei turisti e dei migranti; l’incontro di tante solitudini che, insieme, trovano una soluzione per i loro affanni; le contraddizioni delle isole, piccole o grandi, condannate all’isolamento dal mondo, ma arricchite da una grande forma di solidarietà umana, per fronteggiare le emergenze.

5. La storia e i personaggi sono un puro frutto di fantasia o sono controfigure della realtà?
La storia è nata interamente alla mia fantasia, semmai ha subìto le suggestioni di altre storie lette in passato, ma si tratta comunque di storie inventate. Proprio per sottolineare l’aspetto immaginario ho assunto come luogo d’azione un’isola completamente disabitata, perché lo scenario del romanzo in realtà non è Lampedusa, (la zia è di Lampedusa, non il luogo della storia: il lettore distratto si inganna... ma in realtà io non ho mai detto di avere ambientato il romanzo a Lampedusa!)
La vicenda si svolge sulla più piccola delle isole Pelagie: lo scoglio disabitato di Lampione! Anche gli eventi che vengono riferiti come accaduti in località siciliane, vengono evocati, mai indicati apertamente, per evitare di offendere involontariamente delle persone reali.
I nomi, naturalmente, sono inventati.
Le descrizioni fisiche e le caratteristiche psicologiche sono “prese a prestito” da ignare persone viventi alle quali mi sono tacitamente ispirata: lavoro da più di venti anni in una scuola, convivo quotidianamente accanto a un centinaio di colleghi e più di 1300 alunni, basta guardarsi attorno, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Tanto i miei “modelli” non lo sapranno mai!
Piuttosto, mi è capitato dopo, stranamente, di imbattermi in persone reali che sembravano uscite dal mio libro: quando sono stata a Lampedusa ho identificato, ad esempio, il “mio” carabiniere, identico in tutto e per tutto, dall’aspetto fisico alle piccole fissazioni e manie, a un Assessore, carabiniere in pensione, attivissimo all’interno della Giunta. (Per fortuna nel libro svolge un ruolo simpatico, perché temo che si sia riconosciuto anche lui!) Grazie al cielo i personaggi antipatici si auto immedesimano un po’ meno: stentano a riconoscere la descrizione dei loro difetti. Ma vi posso assicurare che io, in settembre, ho proprio incontrato tutti, in carne ed ossa! Da qui è nata un’idea che svilupperemo presto: sarà indetto un concorso fotografico: “Fotografa la zia”, vinceranno le foto dei volti che la esprimono meglio, perché in fondo La zia di Lampedusa è la figura metaforica dell’accoglienza che possiamo incontrare e riconoscere in qualunque luogo.
(intervista rilasciata al Prof.Andrea Sanfilippo)




SOGNANDO LAMPEDUSA...
Vi racconto La zia di Lampedusa
(e state certi che non vi rovinerò il piacere di leggerlo)

Il romanzo prende a prestito, per i suoi capitoli, i titoli di alcune note canzoni che, come vere opere d’arte vengono interpretate...
...è la storia di due ragazzi che vivono su UN'ISOLA SOLA in mezzo al mare e,
durante una NOTTE DI NOTE, decidono di aprire un albergo e restare a vivere lì
con una zia formidabile e tenera come un vecchio CARILLON.
Il ragazzo, veramente, avrebbe voglia di andarsene e ripete a se stesso che deve ASPETTARE ...
che venga il momento di trasferirsi in una di quelle città grandi che ha visto solo nei POSTER!
Egli pensa: A MODO MIO ho fatto tutto ciò che potevo, per amore di lei,
ma la ragazza dubbiosa continua a chiedergli E TU resterai con me qui per sempre?
Quando l'albergo viene inaugurato su un'isola non lontana viene ucciso uno sconosciuto:
è uno di quei tanti UOMINI PERSI che abitano il mondo.
La paura che l'assassino sia nei paraggi invade tutti:- TIENIMI CON TE- gli dice la ragazza!...
I piccoli incidenti imprevisti che si susseguono vengono risolti TUTTI IN UN ABBRACCIO dai due ragazzi, ma giungerà in albergo una ragazza dal CUORE DI ALIANTE.
Gli ospiti sono in fermento: Restate TUTTI QUI per sicurezza! Intima qualcuno.
Ma non tutti obbediscono e, mentre c'é ADESSO LA PUBBLICITA' ad alto volume, si copre il rumore di un nuovo delitto...
La ragazza vorrebbe scappare su UN TRENO PER DOVE, ma si imbatte in uno dei suoi ospiti che ha voglia di confidarsi: i due si raccontano MILLE GIORNI DI ME E DI TE.
L'assassino è ancora in agguato e lascia tracce, quasi a voler dire: IO SONO QUI...
Qualcuno, a questo punto, confessa candidamente a qualcun altro: presto tu AVRAI un bambino!
Ma un nuovo triste colpo di scena conferma che non si può concedere REQUIEM...
Innumerevoli colpi di scena finali attendono il lettore, ma non intendo rivelarli nemmeno sotto tortura, tuttavia posso dirvi che PER INCANTO E PER AMORE, tutto alla fine si risolverà
in modo proprio MERAVIGLIOSO.

Si ringraziano gli autori delle canzoni: Domenico Modugno, Claudio Baglioni,e Alessio Di Fede.
Si ringraziano le isole Pelagie, per la splendida cornice scenografia,
Si ringraziano tutti i lettori che, in fine, vorranno regalarci un loro commento.


Nunziatina e Heidegger

Di Nunziatina Busacca, la moglie del maresciallo dei Carabinieri, non sappiamo molto, nel romanzo si limita a svolgere un ruolo marginale, quasi da comparsa. Per chi non avesse ancora terminato la storia e senza timore di guastarne il piacere della lettura, possiamo dire che Nunziatina è una donna molto semplice nei modi e nel carattere, non più giovane, sposata da tempo e senza figli, che si dedica a coccolare il marito esercitando l’arte della buona cucina (ma soltanto quando, e se, ne ha voglia, altrimenti lo rimpinza solo di panini imbottiti).
Ha una sorella, di indole totalmente diversa, che vive ad Agrigento. Di tanto in tanto le viene voglia di rivederla, ma il legame con la sua piccola isola è talmente forte da prevalere su quello del dna inducendola a limitare le sue visite. Non sappiamo bene quanto intuisca delle probabili scappatelle del marito, ma di sicuro deve aver deciso che sono episodi di poco conto e forse non vale la pena di rammaricarsene tanto: in fondo Gigino alla fine torna sempre a casa! Questo non fa che confermarle la propria netta superiorità nei confronti di qualsiasi altra presunta rivale (pensiero indolente: che lo facciano pure divertire per un po’!). Anzi, questi confronti dai quali risulta sempre vincitrice indiscussa, non fanno altro che ribadire il piano di grande superiorità sul quale ella si pone restituendole un’immagine forte e invulnerabile della quale si compiace!
Che sia una gran furbacchiona? Di certo è dotata di un alto e solido concetto di se stessa che non merita essere scalfito minimamente da quattro cornine qualsiasi!
Ha ereditato la mentalità delle nostre incrollabili antenate dello scorso secolo, così diverse da noi, sicure di se, dotate di un ego inossidabile, resistevano a tempeste economiche e cataclismi sentimentali, affrontavano con coraggio fame e malattia, lavoravano duramente e allevavano plotoni di figli senza perdersi d’animo, consapevoli di essere pilastri fermi, benché invisibili, della famiglia, della società e del mondo.
Qualsiasi cosa potessero pensare, dire o fare i loro uomini!
Un modo di pensare quasi incomprensibile per noi fragili e complicatissimi esseri del presente!
Noi, esistenze delicate come castelli di carte, per i quali un soffio è più che un uragano!
Noi, perennemente in crisi esistenziale, protagonisti tragici di crisi laceranti innescate da ogni stormir di fronde. Ogni goccia è lacrima, e ogni lacrima è l’ultima, quella che inevitabilmente ci induce a traboccare da un vaso sempre pieno di insofferenze!
Noi, abituati a legare troppo agli umori degli altri il nostro destino di felicità o infelicità: perdiamo di vista la nostra immagine, fin da piccolissimi imbottiti di pubblicità che ci induce a inseguire mondi invidiabili, fatti di improbabili mulini bianchi e verdi praterie!
Sostituiamo noi stessi con l’icona che gli altri ci restituiscono e impongono, con tirannica violenza. E subiamo il dover gioire e soffrire solo in relazione a ciò che gli altri pensano di noi... dimenticandoci chi siamo veramente!
Nunziatina sembra una donna di altri tempi, sa di valere, non perché fa ciò che le suggeriscono gli spot pubblicitari, ma perché ha guardato dentro se stessa e si è piaciuta, anzi ha deciso di piacersi così com’è, con i suoi pregi e con i suoi difetti. E ha deciso pure che niente e nessuno al mondo dovrà mai permettersi di chiederle di alterare il suo essere! Così, attuando la ricetta delle nonne, è diventata indipendente. (Di conseguenza, sul piano strettamente operativo, se ne frega di tutto e di tutti!)
Semmai, un pizzico di emancipazione femminile traspare, rispetto alle nonne, per la sua considerazione finale: ...stanno per arrivare i turisti... ci lascia intuire che abbia metabolizzato abbastanza bene degli elementi di libertà post sessantottina che la portano a fantasticare di poter approfittare di eventuali belle occasioni di animata compagnia senza ingombranti strascichi di rimorso!
Proprio la presenza dei turisti rappresenta per lei, da sempre, la migliore occasione di svago.
Nunziatina ha trascorso quasi tutta la sua vita sulla piccola isola, ha studiato poco, però ama scrivere e da anni appunta con diligenza le note sparse della sua vita su alcuni quaderni che costituiscono un vero e proprio diario. Nei primi scritti, di quando era ancora una ragazzina, racconta dell’incontro singolare, e allora insolito, con un anziano turista tedesco: un grande professore di filosofia capitato sulla piccola isola del mediterraneo un po’ per caso e un po’ per obbedire alla prescrizione medica di assoluto riposo, al fine di ritemprarsi, dopo un difficile e stressante anno di lavoro accademico.
Un pomeriggio come tanti altri, sulla terrazza della loro abitazione adibita a pensione (sull’isola non c’erano ancora veri e propri alberghi e i rari turisti dovevano adattarsi e accontentarsi dell’ospitalità calorosa e generosa degli abitanti) il grande professore se ne stava a guardare il mare agitato. Nunziatina si avvicinò in punta di piedi e, così per parlare, dall’alto del suo candore gli chiese:
- E lei, dunque, è un tedesco? E cosa fa di bello in Germania?
Sorpreso e divertito dall’impertinenza della ragazzina il grande professore le rispose:
- Io? Io sono un professore universitario momentaneamente a riposo, ma principalmente ed essenzialmente sono un filosofo!
Nunziatina non si lasciò intimorire e continuò, sgranando gli occhi:
- Un filosofo? Uh! Com’è interessante! Dev’essere bello... ma scusi, di preciso, che lavoro fa un filosofo?
Il grande professore sospirò e si armò di pazienza:
- Un filosofo riflette! Io rifletto sull’esistenza umana, cerco una risposta alle domande intorno al senso della vita! Cerco la Verità, capisci?
- Aaa! Certo, certo che capisco, e queste risposte, poi, le trova? E che cosa ci fa?
- In che senso, scusa tanto? –
Il grande professore rimase interdetto per un istante, Nunziatina prontamente chiarì meglio la sua domanda:
- Voglio dire, quando lei trova le risposte, cosa se ne fa? Lei in sostanza ha capito che senso ha la vita? E con ciò? -
Il professore, un po’ stanco di darle conto, decise di non perdere altro tempo e di spiazzarla del tutto con una risposta impegnativa, che mettesse fine a quella inutile conversazione:
- Sei troppo piccola per studiare queste cose, altrimenti ti consiglierei di leggere alcuni miei saggi; comunque, mia cara, certo che ho scoperto il senso più profondo della vita e della verità. Ho a lungo indagato sul senso dell'esserci che è gettato in un mondo che non ha creato lui stesso. L’uomo, cioè l’esserci, costituisce un progetto gettato, il cui essere è anzitutto un essere-per-la-morte. Capisci cosa voglio dire?
Nunziatina inarcò le sopracciglia alquanto perplessa, il grande professore soddisfatto per l’effetto di smarrimento causato decise di rincarare la dose e sferrò il colpo finale:
- Vedi, da qui nascono la precarietà e la finitezza dell'esistenza, che è sospesa tra le alternative dell'autenticità e dell'inautenticità. Occorre scegliere tra un progetto responsabile di sé o l'adesione al vuoto conformismo della massa. Solo attraverso l'angoscia e la chiamata della coscienza l'uomo può aprirsi alla sua autenticità e può giungere a scoprire il radicamento temporale del suo essere. Egli infatti è sempre aperto al futuro e, a partire dal suo progetto relativo al futuro, tende ad assumere responsabilmente su di sé il passato...
Nunziatina perse l’espressione smarrita e tornò alla carica:
- Lei mi vorrebbe dire che, per vivere, dobbiamo pensare che poi dobbiamo morire?
- Beh, non è proprio così, ma...
Nunziatina lo interruppe pronunciando una vivace espressione dialettale che sta a significare pressappoco “Sciocchezze!” Ma il grande professore non comprese bene la parola e tentò di ribattere:
- Certo, mi rendo conto di quanto sia difficile, alla tua età, accettare il senso dell’essere-per-la-morte...
Nunziatina tornò a ripetere la colorita esclamazione e poi aggiunse preoccupata, guardandolo con aria di commiserazione:
- Ora capisco perché il medico le ha ordinato un po’ di riposo, lei è proprio depresso di brutto!
Poi lo prese delicatamente sottobraccio, con fermezza lo indusse a sedere sulla sdraio più comoda, quella rivolta verso i colori infuocati del tramonto, e gli sussurrò con dolcezza:
- Se ne stia un pochino calmo, buono, buono così. Io torno subito, vado un attimo a prenderle una bella granita di limone con la menta, fresca, fresca! Vedrà, le farà bene! Soprattutto non pensi più a queste brutte cose che ha detto, altrimenti l’esaurimento quando le passa?
Heidegger la vide allontanarsi lesta e sparire dalla portafinestra della cucina, col passo sicuro di chi abbia già deciso come fare a mettere in atto ogni risorsa per aiutare quel povero professore.
Si sentì sollevato, perché finalmente poté riprendere ad immergersi nelle sue meditazioni filosofiche.
Pochi istanti dopo udì una musica piacevole, Nunziatina doveva avere messo su un disco ... Benedetta ragazza! Non lo lasciava proprio in pace! Però, doveva ammettere che la melodia non era male! La voce di un cantante italiano, a lui sconosciuto, cantava con voce possente: Meravigliosoo!

Elvira Siringo

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