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ISOLA DI LAMPIONE, la più piccola isola d'alto mare
“Perché proprio a Lampedusa? Non c’era un posto più vicino?”
Questa è la domanda che più spesso mi sono sentita rivolgere, dunque penso sia mio dovere rispondervi:
Lampedusa è un’isola piena di fascino forse proprio perché racchiude in se tutta una serie di contraddizioni:
- Lampedusa è il luogo di inizio e di fine dell’Europa, sia in senso spaziale che cronologico, ed è anche il luogo in cui la memoria del passato si incontra con i progetti per il futuro. Avviene così anche ai personaggi del romanzo, che qui si ritrovano tutti al culmine di un lungo percorso di solitudine e si ritrovano a fare i conti con la memoria, più o meno ingombrante del loro passato, e si ritrovano infine a costruire tutti insieme un unico percorso condiviso verso un futuro migliore.
- Lampedusa è terra di prodigi, insieme luogo di incanto e sede di disperazione, dove ciascuno giunge portato quasi dal destino, con un fardello pesante di problemi sulle spalle e qui trova la liberazione dal peso: uno spiraglio di luce.
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Le isole Pelagie
E non parlo solo dei migranti, che lasciano tutto sfidando l’ignoto e ricominciano a vivere da Lampedusa in poi! Ci sono anche gli abitanti e i turisti:
Gli abitanti spesso in preda allo sconforto determinato da problemi che per noi sono poco più che banali e che vengono enormemente ingigantiti dalla dimensione dell’isolamento fino a diventare drammatici (il primo ottobre noi abbiamo assistito all’ultimo sorvolo dell’elicottero della protezione civile che lasciava l’isola definitivamente per mancanza di nuovi finanziamenti lasciando scoperta la possibilità di trasporto immediato – in caso di necessità occorre che parta un aereo militare da Trapani – Il nuovo assessore alla Sanità parlava dell’impossibilità di effettuare anche una semplice radiografia se non si è “tartarughe” perché l’unico apparecchio disponibile è quello dell’area marina protetta! – Se non arriva la nave per il maltempo possono venire a mancare anche generi di prima necessità o medicine - ) |
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Tuttavia questi abitanti sono, ai nostri occhi, dei veri privilegiati perché godono di una dimensione di vita infinitamente più umana della nostra: niente code ai semafori... perché non ci sono semafori. Niente code nel traffico, niente smog, niente frenesia quotidiana, niente fretta, possibilità di incontrarsi a chiacchierare e sapere di poter contare gli uni sulla disponibilità degli altri, cioè essere isolati ma non essere mai soli...
Poi ci sono i turisti che non scappano dalle guerre civili ma scappano lo stesso, dallo stress e dalla depressione da superlavoro che in certi casi può essere una vera arma letale, un veleno potente in grado di distruggere l’esistenza. Dopo una vacanza a Lampedusa ripartono rigenerati, rilassati e abbronzati perché evidentemente aver messo una notevole quantità di acqua fra se e i problemi quotidiani aiuta a sdrammatizzarli e forse è un ottimo disintossicante.
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Ecco: migranti, abitanti, e turisti su questa terra di strani approdi, si incontrano, e quando i loro sguardi si incrociano scoprono di avere dei sentimenti comuni: degli affanni e delle emozioni, dei dolori e delle gioie.
Proprio come i personaggi del mio romanzo!
Poi... Niente più!
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Biografia di un romanzo
Diversi anni fa ho cominciato a scrivere una storia senza sapere, francamente, come sarebbe andata a finire. Era solo un gioco di “scrittura creativa” che mi avrebbe impegnato durante le vacanze. Avevo voglia di scrivere un giallo tradizionale, con molti colpi di scena ma privo di elementi raccapriccianti, che attingesse dalla quotidianità; ritengo che il tema del dramma non sia un esclusivo appannaggio di psicopatici o di serial killer.
Per rispettare le regole canoniche mi occorreva, innanzi tutto, un luogo con le particolari caratteristiche di essere circoscritto, piccolo e abitato da un numero limitato di possibili colpevoli, così ho deciso di tradurre (nel letterale senso del trasportare) i vecchi, cari, personaggi dei gialli inglesi di cinquant’anni fa, dalle loro quiete ville di campagna al centro del Mediterraneo: sulla più piccola delle isole Pelagie, lo scoglio di Lampione, dove essi avrebbero potuto agire in piena libertà!
Il gioco è andato avanti fino a settembre, poi io sono tornata a lavorare e i fogli sono finiti sul fondo di un cassetto che non ho più avuto tempo di aprire fino all’estate successiva. Appena si è aperto uno spiraglio fra casa e scuola, figli e alunni, i personaggi sono riaffiorati ed hanno cominciato a imporsi (pirandellianamente? Chissà! D’altronde, mea culpa li avevo relegati per tanti mesi in provincia di Agrigento, per forza si erano fatti condizionare!)
Dunque, quasi per magia li vedevo muovere, vivere, amare e soffrire, non potevo far altro che limitarmi a trascrivere ciò che essi facevano. Al principio dell’autunno se ne sono ritornati tutti, docilmente, in letargo, nel cassetto; per poi ripresentarsi con puntualità l’anno successivo. Avevo deciso che, forse, era il momento di fare un po’ d’ordine. Da quello stesso cassetto sono saltati fuori, con mia grande sorpresa, altri strani oggetti: ancora perfettamente funzionante la musicassetta con la colonna sonora dei miei anni migliori (?), datata 1974-75 (“E tu” da un lato, “Sabato pomeriggio” dall’altro) e un foglietto di quaderno con i versi di una canzone scritta da un amico più o meno nella stessa “era”. Una canzone che parla, giusto, di un’isola sola in mezzo al mare.
Nel frattempo sullo scenario tranquillo del mio giallo erano avvenuti dei mutamenti, sulle Pelagie (da Pelagicus ... che ... significa anche migrante?) erano sbarcati due elementi nuovi e significativi: i clandestini e la musica di Claudio Baglioni. Entrambi, integrandosi con l’ambiente, ne erano diventati anche componenti strutturali, rispettivamente: centri di accoglienza e fondazione ‘o scià.
Non potevo non tenerne conto!
Mi tornava in mente la metafora del narratore che, come un rabdomante, ha il dono di intuire, sotto la crosta dell’apparenza, lo scorrere di una storia. Il rabdomante che ha il compito di indicare ove sia il luogo in cui si sente la presenza vibrante di un flusso ordinato di eventi, per poter scavare e riportarlo alla luce. Rileggendo la mia storia sentivo vibrare al di sotto tante note che accompagnavano il racconto. Ma c’era di più, non si trattava solo di musica, c’erano le sonorità dei versi, con tutta la profondità del loro contenuto, che si riallacciavano ai miei capitoli, benché la mia storia non avesse nulla in comune con i contenuti di quelle canzoni. Un’alchimia strana, oggi, avvicina canzoni lontane nello spazio e nel tempo che, come i tasselli di un mosaico, riescono a rendere l’immagine di un racconto inedito. Difficile da spiegare! Ma basta leggere per capire.
L’intuito rabdomantico mi ha indotto a sostituire i titoli dei capitoli con i titoli delle canzoni, quasi tutte di Claudio Baglioni, ad eccezione della prima, ancora inedita e dell’ultima, di Domenico Modugno. Chi altri? La loro musica è diventata parte del patrimonio naturale delle Pelagie, ha invaso tutti gli anfratti e riecheggia, col suono del mare, dolce sulle spiagge e aspra tra gli scogli! Senza questa musica non si potrebbe ambientare alcuna storia che racconti di Lampedusa e Linosa.
Accanto al Baglioni romantico e nostalgico di Q.P.G.A. viaggia un suo doppio: il Baglioni maturo e profondamente incisivo, che da qualche anno segna la svolta verso l’impegno sociale e scuote con la forza dei testi (spesso meno noti, ahimè, tutti conoscono quella sua maglietta fina, ma non altrettanti sanno che lassù cantano le colombe della guerra)
Attenzione, ogni capitolo è totalmente altro rispetto alla relativa canzone-titolo, e viceversa. Il legame può non essere del tutto facile da percepire, se non si conoscono bene i testi. Sono particolarmente attinenti alcuni versi che, per chiarezza, ho ritenuto opportuno di dover riportare.
Capitoli e canzoni si incontrano al crocevia dei migranti e scoprono, per un istante, di avere qualcosa da condividere. Ciascuno rapito dal proprio ineluttabile destino, in fuga, alcuni dalla noia e dallo stress da superlavoro, ma altri anche dalla fame e dalle guerre civili. Su questa terra di strani approdi i loro sguardi si toccano e scoprono di avere in comune dei sentimenti: degli affanni e delle emozioni, dei dolori e delle gioie.
Proprio come i personaggi del romanzo.
Poi si allontanano per sempre, sparendo gli uni dalla vista degli altri, inghiottiti dal vortice della solitudine esistenziale.
Sotto la trama del romanzo giallo, che sembra intrecciarsi con la faticosa vicenda della ricostruzione di un’identità familiare, c’è l’autentica storia di tante solitudini che si incontrano su un’isola. Tutti i personaggi vivono, accanto al dramma esteriore della vicenda gialla, anche il dramma interiore dell’essere singoli.
C’è una storia nella storia che consiste nella modalità differente, di ciascuno, nell’affrontare la solitudine esistenziale: la zia di Lampedusa è colei che affronta la solitudine con fierezza, facendone vanto e tesoro, ma ponendo allo stesso tempo, umilmente, al servizio degli altri ciò che ha appreso faticosamente dalla vita.
Salvo e Giovanna, i due protagonisti, rappresentano le due forme solitarie, segrete e specularmente opposte, di rimozione (inconscia e conscia) degli ostacoli troppo gravosi imposti loro dalla vita.
La vecchissima zia della zia, è la sublimazione della figura del singolo, l’elevazione quasi eremitica, mistica, della solitudine. C’è, poi, chi vive la solitudine con rassegnazione, aspettando con fiducia il giorno in cui finirà (se Dio vuole o Inshallah?)e c’è chi non è capace di sopravvivere alla solitudine, che crolla e sbaglia tutto, nella vita e nella morte. C’è chi, invece, sceglie la solitudine per calcolo cinico ma alla fine se ne pente e tenta di rimediare!
Infine, il più piccolo dei personaggi, che sembrerebbe solo una comparsa, è in realtà colei che dimostra, forse, di avere capito tutto della vita e perciò riesce veramente a godersela consegnandoci una piccola ricetta di felicità.
Ricetta semplice, (metaforica, che potrebbe essere aggiunta all’elenco delle ricette di cucina siciliana in appendice, perché in questo romanzo si cucina, e anche parecchio bene! D’altro canto si sa: i siciliani non mangiano per vivere... ma vivono per mangiare!) ricetta, dunque, che consiste nel guardarsi dentro e gioire per primi delle proprie risorse, affinché anche gli altri le possano considerare e condividere!
Passando dal piano esistenziale al piano geo-politico, è la ricetta che potrebbe essere messa in atto, con l’operosità degli uomini di buona volontà, anche dalla “piccola isola in mezzo al mare” sulla quale si avvicendano il dramma dei migranti “dimenticati dal mondo” e il dramma dei cittadini “dimenticati dallo Stato”.
Affinché il cambiare prospettiva di vita non resti solo il lieto fine di un romanzo giallo che si tinge del rosa di un tramonto!
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Dal Diario della Zia...
Caro diario,
essere andati a Lampedusa è stato uno di quegli eventi così straordinari e inspiegabili da poter essere attribuiti solo a una felice coincidenza di circostanze favorevoli, a quello che noi tutti chiamiamo il caso fortuito???
Ma esiste il caso? E’ uno dei più grandi problemi della filosofia di tutti i tempi.
Avevo letto di recente la risposta straordinaria di un filosofo contemporaneo (in verità poco noto come tale, ma in compenso molto noto come musicista e cantante), che nella sua ultima opera Q.P.G.A. afferma:“Se il mondo ha una coscienza, allora deve avere anche una volontà. E, se ha una volontà, il caso non esiste. Dunque!” |
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Inizialmente sembrava un invito al fatalismo, ma dalla lettura dell’intero romanzo emergeva invece un concetto stupendo di Volontà che faceva salvo anche il principio di responsabilità: infatti, si afferma, la volontà del mondo non è efficace se non è supportata dalla volontà dei singoli uomini:
perché ci sia armonia e ordine universale la volontà dei singoli e la volontà del mondo devono confluire verso un medesimo intento, senza prevaricarsi o trascinarsi a vicenda! Dunque lasciando salva la Volontà umana di rimanere tale, cioè Volontà Libera nel suo scegliere la via giusta da percorrere. Indubbiamente è un’affascinante ipotesi di risoluzione dell’alterco fra destino e libero arbitrio!
Così, sull’onda di questa suggestione, mi sono chiesta come sarebbe stato il concerto.
Q.P.G.A. il 30 agosto ero a Ragusa!
Qui Passarono Giulia e Andrea, lo spettacolo scorre via troppo veloce.
Infine un trionfo, un’ovazione del pubblico, e un saluto: un addio alla Sicilia perché si tratta dell’ultimo appuntamento! Mi sorprende. Io insegno filosofia, dunque sono abituata, per mestiere, a riflettere sul senso delle cose e sul significato delle parole.
Mi chiedo immediatamente “E Lampedusa?”
Possibile che anche lui abbia dimenticato che si tratta pur sempre di una zolla di Sicilia?
Poi ci rifletto su e capisco: Lampedusa non è mai la conclusione di qualcosa, ma è sempre un inizio.
E’ l’inizio del futuro, come i concerti rappresentano invece la memoria del passato.
Allora a Lampedusa le iniziali Q.P.G.A. devono assumere, per forza, un significato nuovo, inedito. Come in sogno vedo la scritta che si scioglie e si ricompone, perché ciò che è stato si è già trasformato in futuro.
E allora QPGA
Questo Piccolo Grande Amore forse non significa solo:
Questo Per Giulia e Andrea, ma potrebbe diventare, su questa terra di incanto:
Qui Perseguitati Giungemmo Affranti,
Quando Piangendo Guardammo Avanti!
Il passato è il grande sostegno del nostro futuro.
Un altro filosofo, un po’ più vecchio, Bernardo di Tours, monaco medioevale ci ammonì: riusciamo a guardare al futuro solo perché: “siamo nani sulle spalle dei giganti” il che equivale a dire che “ciò che è stato non si perde”, dunque il passato non è mai passato veramente, ma è la base sulla quale costruire il futuro.
Perciò muta il contesto, mutano le storie e i volti, la date e i fatti, ma rimangono intatte le emozioni dell’anima che si desta al suono della voce che è sempre uguale: che canta ora come allora e si riempie di nuovo senso, e propone, con le note di sempre, nuovi contenuti inediti e attuali.
Costanti rimangono l’impegno e la rabbia scagliate contro le ingiustizie del mondo. Risuonano uguali le grida che tagliano l’aria.
Il ragazzo del passato è cresciuto trovando in se la forza di urlare al suo Colonnello di non volersi arrendere all’infelicità che gli altri hanno confezionato per lui;
adesso, al suo posto, c’è l’uomo maturo del futuro che non si è stancato di continuare ad urlare la medesima rabbia in faccia ai Caporali di giornata del mondo, sordi alle urla di disperazione che salgono dal mare.
E’ un uomo che non si arrende e non teme quanto potrebbe costargli la denuncia sociale che ha intrapreso, perché sa che la sua è una giusta causa. La sua volontà viaggia all’unisono, nella stessa direzione della volontà del mondo! Così, anno dopo anno, continua a cantare, e il canto si trasforma in preghiera: quasi la preghiera di un dio, il dio della musica, dal suo novello olimpo: da un’isola sola in mezzo al mare, da Lampedusa terra di prodigio e luogo di incontro, sede di disperazione e di speranza, ove ciascuno giunge, travolto da un proprio ineluttabile destino: alcuni sono in fuga dalla noia e dallo stress da superlavoro, ma altri anche dalla fame e dalle guerre civili. Turisti o migranti cercano e trovano, comunque, sollievo ai loro tormenti.
Su questa terra di strani approdi i loro sguardi si toccano e scoprono di avere in comune dei sentimenti: degli affanni e delle emozioni, dei dolori e delle gioie.
Poi si allontanano per sempre, sparendo gli uni dalla vista degli altri, inghiottiti dal vortice della solitudine esistenziale.
Proprio come accade, al principio, ai personaggi del mio romanzo!
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